Pelle

21 settembre , 2006

Pochi giorni fa camminavo dirigendomi con lentezza verso casa. Lungo il tragitto incontrai un’amica che non vedevo da tempo. Decidemmo di andare a zonzo insieme: la giornata era calda ed avevamo molte cose di cui chiaccherare.
Mi trascinò dentro ad uno di quei negozi dove vendono creme di bellezza spacciandole per elisir di lunga vita, dove lo stordimento provocato dalle fragranze è talmente forte che uscendo non ci si accorge di aver comprato in stock un’inutile quantità di cianfrusaglie che verranno presto dimenticate negli scaffali del bagno di casa. Varcata la soglia ci ha accolto un muscolosissimo truccatore, boccheggiante dentro una t-shirt aderente che toglieva qualsiasi prospettiva d’immaginazione.
Con l’abilità di un venditore di tappeti da teleschermo ha sottoposto la mia amica ad una seduta di “trucco base” della trascurabile durata di tre quarti d’ora (immaginate la facilità dell’operazione la mattina presto, quando ci si trascina fuori dal letto e ci si sottrae di controvoglia al sonno, con la prospettiva di concentrarsi davanti allo specchio per ricoprirsi di strati di cremine color pelle-di-daino).
E’ stato allora che il suo volto mi si è rivelato, assieme alla sua professione.
D’un tratto ho capito il dramma di un uomo.
Quello che sto raccontando ha dell’incredibile, ma l’ho visto proprio con i miei occhi.
Osservandolo a lungo ho percorso a ritroso ogni rapida operazione che egli stesso ogni mattina esegue sul suo volto. Sotto la patina traslucida delle sue espressioni da copertina ho visto un complicatissimo collage: quell’uomo, privo di lineamenti, ogni mattina acquista un’identità disegnandosi occhi, naso, bocca, zigomi.
Come un trasformista, cambia faccia a suo piacimento, sfoggiandone una diversa per ogni occasione. Per necessità, o per divertimento. Come il giorno in cui lo incontrai, che si era disegnato larghi spazi tra i denti e labbra sottili, all’ombra di un grande naso che aveva tutta l’aria di essere lo scafo rovesciato di una nave.
Immaginai di vederlo la sera, di fronte ad uno specchio ben illuminato, cancellare minuziosamente i segni di un’identità temporanea. Così anche quel giorno smise di essere irriconoscibile in mezzo alla moltitudine di volti che gli erano passati accanto. Ed era grato a tutti per non essere stato additato, per aver potuto confondersi dentro i flussi rapidi di persone che camminano lugo i viali, per avere avuto per poche ore dei tratti riconoscibili ma non memorizzabili.
Si, lo vedo distintamente ora… un’increspatura nella pelle mi fa pensare che stia sorridendo, felice.

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Gringo

21 settembre , 2006

Terraferma. Ancora una volta il solido terreno sotto i piedi, grazie a dio. Nonostante le mie origini navigare mi rende nervosa, sofferente. Anche se quella della barca a vela è un’esperienza tutta particolare e affascinante.
Delle navi mi spaventa lo spazio limitato, i centimetri calpestabili dentro i quali ci si sposta da poppa a prua, un’area dentro la quale mi sento fatalmente inscritta, e che inevitabilmente mi procura un desiderio d’evasione. Non ero mai stata su una barca a vela, e per la prima volta la superficie del mare l’ho percepita come un liquido amniotico dentro il quale modellare il mio corpo e lo spazio fisico necessario a mettere a fuoco un punto di vista. Non a caso se ci si immerge nell’acqua tenendo gli occhi aperti tutto appare sfuocato, ed il senso della profondità si perde nell’abisso di colori che diventano sempre più scuri, neri, ciechi.
Apparentemente le indistinguibili forme delle barche sono delle macchie scure nella notte, fiocamente illuminate. Poi ci si rende conto come ognuna di queste sia un piccolo guscio dentro al quale si consumano delle esperienze, si mescolano parole e sguardi, tutti mossi dal lento dondolare del mare. Immersa dentro la pancia di una balena, in quiete, con l’orecchio teso verso i rumori provenienti dall’esterno, il cigolìo delle assi di legno, lo stridere dei gabbiani e le onde che si infrangono sullo scafo, osservo gli incerti movimenti di Gringo, capitano del Locura.
Gringo è un soprannome, ogni marinaio ne ha uno. Per la gente di mare è una sorta di battesimo alle onde, un rito iniziatico legato ad un avvenimento.
Gringo da giovane era un pescatore piuttosto abile, che all’età di diciotto anni si arruolò nella marina militare. Sua madre lavorava in un ristorante della vecchia Portofino, ed ogni sera rincasava con qualche avanzo che lui utilizzava per andare a pesca. Era solito rincasare con pesci di piccole dimensioni, ma un giorno scese dalla barca con un pesce enorme, che si divincolava boccheggiando. Allora la gente del porto gli chiese: “Cos’hai usato questa volta per pescare un pesce così grosso?” E lui rispose, in portofinese: “Gringozoela!”
Gorgonzola, insomma; la madre come ogni giorno gli aveva procurato un po’ di resti dalla cucina del ristorante, da usare come esche. E grazie alle sue premure nacque Gringo, quello che con poche croste di gorgonzola catturò il pesce più grande della baia.
Oggi Gringo è un vecchio su cui il tempo ha lasciato cadere una settantina d’anni, la pelle tesa su un corpo bruciato dal sole e piegato dal lavoro, ancora forte ed estremamente agile, nonostante durante gli spostamenti zoppichi un po’.
I suoi occhi semichiusi lasciano intravedere il colore del mare, arrossati dal vento e nascosti da profonde rughe solcate dal sole; il suo sguardo è sempre rivolto all’orizzonte, anche mentre mi osserva. E’ penetrante e riesce a vedere dentro al cuore, posando gli occhi sulla soglia sottile che divide il mare dal cielo, il fuori dal dentro, la pelle dall’anima.
Ha le orecchie grandi, sicuramente per contenere e percepire ogni piccolo rumore del mare, anche quello più lontano e ingannevole. Le tiene fuori da un cappellino rosso, orientate verso il vento, che gli scorre veloce attorno al padiglione e gli solletica le guance irsute.
Le sue mani legano ancora le corde saldamente, e le dita tozze sono abilissime nello sciogliere i nodi. Allo stesso modo è estremamente delicato nello sbucciare le patate, mescolare i condimenti e preparare dell’ottimo Pesto, che versa con orgoglio sulla pasta, sempre abbondante.
Gringo è silenzioso, osserva il mare. Ma il suo sguardo lascia trapelare l’emozione che prova nel trovarsi lì, scoprirsi così piccolo dentro l’acqua, a riconoscere le onde, ad amarle quando sono calme e dondolano leggermente la barca sotto il suo corpo perfettamente bilanciato, a sfidarle quando si gonfiano con la marea, sotto la pioggia, mentre la costa è illuminata da forti lampi. “Non aver paura” dice, “il mare è calmo, il temporale non avanzerà verso di noi”. Questo basta a rasserenarmi, mentre lo accompagno in silenzio nella traversata.
Attracchiamo nei pressi del porto. Gringo afferra i remi di una piccola imbarcazione senza motore, fa cenno di salire.
Sbarchiamo dal Locura e ci avviciniamo alle banchine del porto. Una nave della Marina Inglese si fa strada davanti a noi: è enorme, sembriamo piccoli e molto fragili mentre ci passa accanto. La piccola barca di Gringo sobbalza mentre viene calata la pesante àncora, ma lui rema con forza, ed in pochi attimi ci porta a riva.
Eccolo lì, ora, gli occhi lucidi ed un sorriso che rivela due affilati canini. E’ felice, ci bacia con calore. E ringrazia per aver condiviso l’immensità del mare insieme. Lo osservo ancora incantata. Grazie Gringo.
Il terreno sotto i miei piedi si fa solido, per un attimo trovo strana la sensazione di non dovermi controbilanciare.
Osservo Gringo che si allontana remando. Diventa sempre più piccolo, sta già perdendo la nitidezza dei contorni. Ora è un puntino sfuocato, come fosse una particella del mare, finchè non raggiunge la pancia della balena che ci ha condotto fino a qui.
Si gira.
Scompare.

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Officinenuove

21 settembre , 2006

Mr. Officinenuove salì sul treno.
Il suo telefono iniziò a squillare forte, finchè non alzò il ricevitore.
Non poteva immaginare che quella telefonata gli sarebbe stata fatale…
La conversazione durò molto: secondi, minuti, ore interminabili. Poi ammutolì tutto d’un colpo.
Aveva esaurito tutte le parole, non avrebbe più potuto parlare.
Si agitava sul posto, stretto e troppo piccolo per la sua enorme mole, cercando di esprimersi a gesti, mentre all’altro capo del telefono avevano già riattaccato. In tre ore di conversazione non era nemmeno riuscito a vendergli l’oggetto della disputa telefonica: un pannello in cartongesso per ufficio

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